Mauriello


Io non so pensare alle pipe, meglio “pippe”, senza pensare a Mauriello.

È uno di quei binomi inscindibili come: “ ‘u  n’ censiere e a navetta”, “Giorgio e ‘u Vescovo”, “ a figlia femmena e a mala nuttata”, “Marche ‘e Turche” e giù di lì.

Mauriello aveva la sua hotteghina in quel minuscolo sgabuzzino fra la panetteria Pisapia e il portone del Palazzo De Filippis in Piazza Duomo. Un negozietto da bambola senza pretese, come senza pretese era la sua merce. Era un vecchietto calmo, sereno, taciturno, che vendeva la sua merce senza eccessive discussioni: i suoi prezzi erano fissi. Contava la sua clientela fra la maggior parte della classe colonica, i ragazzini alle prime boccate, fra i buongustai del fumo e poi due o tre clientidi eccezione: l’indimenticabile avvocato Don Antonio Amabile, il Prof. Pipino Sparano, l’avv Pasquale Palmentieri, Don Guglielmo Benincasa che in quanto a “pippe”, che “tirassero” bene aveva fiducia nel suo Mauriello.

Il nostro buon Mauriello rimaneva là, immobile, nella sua botteghina modesta per ore ed ore in attesa della sua clientela assistito da due sue figliuole, bassine, due brave ricamatrici che smerciavano nel negozio paterno un po’ di merceria.

Le “cape de pippe”  di Mauriello erano di tutte le fogge dalle teste di donne al signore col pizzo, dal guerriero romano al vaso di fiori capovolto, fatte di una creta rozza e pietrosa, le “cannucce” a curva o diritte in due pezzi.

Altri tipi di “pippe”, Mauriello non aveva; egli era ossequiente alla tradizione e alla raffinatezza dei buongustai del vizio di Nicot: le “cape” dovevano essere di creta e non di altro materiale.

Oggi, quando passo davanti a quel negozietto, m’assale una atroce, curioso interrogativo: “ I fumatori –buongustai- dove vanno a fari i loro acquisti ?”