MASTU FFIFFE


 

Io penso che mai un nome, meglio un soprannome, abbia più alla perfezione risposto e dire del fisico del personaggi cui ci riferiamo.

Alto, bruno, segalino, diritto come un fuso, due occhi paria a due spilli, dentatura sporgente, andatura dinoccolata accoppiata ad una certa eleganza: ecco in pochi tratti il ritratto fatto a parole del nostro eroe di cinqunt’anni fa.

Egli era precisamente il custode dei carri funebri della Congrega del Purgatorio e nel vicolo omonimo aveva –come egli si compiaceva definirlo- il suo “ufficio” che s’identificava col pianterreno stesso in cui erano alloggiati i carri.

Mastu Ffiffe –uomo di penna- come si suol dire nel gergo paesano, aveva quattro passioni: l’odio per un nemico personale, le donne, il vino, gli “scotoliaturi”.

Ed erano tutte necessità per lui !

Aveva cioè il bisogno: di menar spesso le mani con qualcuno (questo qualcuno variava da temps a autre, come dicono i francesi) ma qualche volta le buscava, l’impiegare, poi il tempo libero a Bacco ed a Venere ed infine fabbricare i famosi “scotoliaturi” per procurarsi il minimo indispensabile per sacrificare alle latine divinità.

Per chi non lo sapesse i “scotoliaturi” del nostro Mastu Ffiffe erano costituiti da una serie di piccole strisce di cotone fissate ad un corto bastone e servivano per spolverare scarpe, mobili, carrozze, ecc. E riusciva sempre ad imporre il suo prodotto di fabbricazione.

Ricordo di lui questo spassoso episodio.

Era un afoso pomeriggio d’estate ed il nostro eroe stava sudando le classiche sette camicie e sbuffando, aiutato dal suo amico paratore “U Bianco” (cioè Avitabile, che a sua volta aveva poco discost un deposito di attrezzature funebri) ed era indaffarato nella complicata manovra per mettere fuori dal suo antro il mastodontico carro affidato alle sue cure.

Gli “avanti” e “basta”, “ancora a te” e “fermo mo”, “nu poco a destra e nu poca a manca” correvano nell’antrorimessa quando si affacciò, niente affatto timida, una vispa donnetta dei Pianesi che chiese con voce risoluta e con curiosità pettegola al nostro Mastu Ffiffe (si badi alla grafia in relazione alla sfumatura fonetica napoletana) “Né, Mastu ‘Ffì, chi è muorte ?” Non l’avesse mai chiesto. Mastu Ffiffe divenne un energumeno e da sotto al timone anteriore del suo carro dove si trovava, con voce stentorea, anche perché quel benedetto “Bianco” di ben poco aiuto gli era, gridò questa spassionata battuta:Guè, state a sente, chi è muorte, ma pecchè onna  murì  pe forze uommene ? Pecchè nun dice che è morta ? E quanne proprio u vuò sapè, è morta na femmena !

 Mo si cuntenta ?”

Un brutto giorno il battagliero Mastu Ffiffe scomparve dal suo “ufficio” aveva fatto un viaggio, l’ultimo suo viaggio con quel carro cui per tanti anni aveva dedicato tutte le sue cure, tra una scazzottata e l’altra, tra un amore e l’altro, tra un’ubriacatura e l’altra, tra uno scotoliaturo e l’altro.