RAFAELE NCOPP ‘E MAZZE

 

 

Fra la fine del secolo scorso e i principi di quello attuale fu in Cava, croce e delizia di grandi e piccoli, una strana figura di mendicante: “Rafaele ncopp ‘e mazze”.

Questo accattone-filosofo aveva in se, nel suo chiedere al cuore del suo prossimo, un aliquid mixtum fra l’indiscrezione, la petulanza garbata ed il distacco sociale.

Era, non so come dire, un clwon dalla miseria estrosa.

Certo che questo mendicante aveva un certo senso di pudore, ma più che pudore di timore ad affrontare l’umanità benefica, sia pure parcamente benefica, e preferiva girare per Cava su due alti trampoli di qui gli appiccicarono l’epiteto di “Rafaele ncopp ‘e mazze”.

Egli, insomma, a volerlo considerare con un po’ di psicologia spicciola, pur di non affrontare l’uomo qualunque, l’uomo della strada, l’umanità informe e senza nome si rivolgeva a quelli “del primo piano”, autodeterminando una scelta nella sua miseria.

Era di Dragonea –se non vado errato- si presentava nel fisico alto, magro, ancor giovane, imberbe, di poche parole, portava in se –come dicevamo- un certo senso di miseria dignitosa, prestigiosa, convalidata da un aspetto malinconico non dimesso.

Percorreva il Corso di Cava, i Pianesi, la via dell’Epitaffio stando in alto, mentre i suoi trampoli scandivano sul basolato a schiena d’asino un tam-tam ritmico finanche ossessionante, seguito da un codazza di curiosi, di mocciosi, di sfaccendati.

Era, soprattutto, la disperazione del “buon“ Delegato di P.S. dell’epoca, don Carlino Avallone, del burbero comandante delle “guardie” Pagano, e –perché no- delle guardie stesse da Garofalo a Della Corte, da De Marinis a Siani e ad Amendola.

Rafaele ncopp ‘e mazze percorreva –dicevamo- il Corso di Cava costituendo il terrore dei piccoli che s’aggiravano nelle case fra una stanza e l’altra perché il suo volto emaciato, con due occhietti a spillo, si presentava a fior di soglia di balcone senza nulla chiedere –la richiesta era nel suo sguardo- denunziando solo la sua presenza con un lieve bussare sulle soglie stesse, al che molte madri dovevano correre a braccia spalancate a calmare il terrore dei loro piccoli spauriti nel volto.

Tutto ciò le “sciabole” in foderi di cuoio nero percuotevano le  “mazze”  di Rafaele con il ritornello: “Rafaè, vuò scenn’ ‘a lloche ‘ncoppe ?”

E Rafaele non scendeva.