Ricordi… Pomeridiani

 

 

In questo pomeriggio quasi estivo ho distolto per poco gli occhi dalla lettura del vostro giornale ed inseguendo con la fantasia un pensiero lontano, ho vissuto una giornata degli anni giovanili, quando la mia vita trascorreva piacevole e spensierata tra la migliore società.

Varcata la soglia del nostro Circolo Sociale, ho attraversato l’androne quasi  deserto perché una sola figura la popola, quella atletica del sempre cortese Alfonso Flauto, maestro di casa, artefice impareggiabile della sua inconfondibile tazza di caffè e dei suoi magnifici gelati.

Egli troneggiava nel suo vasto ambiente e, come sempre, m’ha salutato con tutta cortesia. Son salito per l’ampio scalone di piperno e, non visto, ho gironzolato, come son solito, per le belle sale dove quadri magnifici dell’indimenticabile Coda, fatti alla maniera di Palizzi, occhieggiano sulle pareti.

Su una soglia è Saverio Lambiase, cameriere sempre burbero, ma sempre pronto a farti convincere che in fondo è un brav’uomo. Chi invece non mi è venuto incontro è stato “ Rafele”, l’indimenticabile Raffaele de Catozzis, sempre fiero di parlarvi dei suoi nobili antenati, patrizi di Corpo di Cava, che nei tempi andati scendevano al borgo preceduti da servi con torce e scortati da camerieri di famiglia con livrea blasonata.

Nella prima sala mi sono imbattuto in Marcello Orilia (non ancora master delle caccie a cavallo per antonomasia) il figlio scapigliato di quel colosso del giure che fu don Antonio Orilia, scapigliato tanto che già brilla nel gran mondo aristocratico napoletano e romano, imponendosi a tutti per la sua eleganza tanto raffinata quanto semplice. Egli è in brillante conversazione con una delle giunoniche figliuole del Senatore Prisco. Una nota contrastante è costituita dal multiforme prof. De Navasquez: è alle prese con un giovine nobile, filosofo ed esordiente penalista cavese. Il De Navasquez anch’egli penalista, titolare della cattedra di francese al ginnasio della Badia, è tanto caro al cuore di molti giovani cavesi. La loro conversazione è fatta di scatti e ampie gesticolazioni nervose.

In una saletta, tutto solo il prof. Antonio Giordano, ha tra le mani una edizione della Commedia di Dante, una bella edizione che va sfogliando e “sorseggiando”. Nella saletta di trattenimento invece don Luigi Salsano, l’animatore instancabile della caratteristica festa di Castello, s’intrattiene con gentilezza con quella fanciulla tutta grazie che è sua figlia Gemma, organizzatrice brillante di tavoli di bassetta in tutti i giovedì ed in tutte le domeniche; al loro discorso non è estranea la delicata e distinta cuginetta (mi pare) Lina Palumbo, sorella dell’esuberante Amedeo, gloria del foro della nostra provincia, uomo politico e battagliero oltre ogni dire.

Aguzzo le orecchie: don Luigi si rammarica perché Celestino de Ciccio non ha potuto definire un contratto di “fuochi” con un fochista troppo esigente.

Poco discosti sono i fratelli Schettini e le loro gentili consorti; sono essi i signori degli orafi partenopei: stanno prendendo con Agostino Nobile, il rispettoso cameriere, gli ultimi accordi per una festa brillante a Villa Luciano in cui si darà convegno la parte migliore di Cava e tutta la colonia villeggiante del momento.

Da questa scorgo nell’altra sala don Raffaele Ferrazzi, instancabile quanto meticoloso, tutto intento a parlare del gioco dei colombi con l’atletico bel giovane don Aniello di Mauro, che tutto lo sovrasta con la sua mole. Don Raffaele è fuori dai gangheri perché il “fiondatore a ferì”, per la sua imperizia ha fatto perdere una “compagna” a Rotolo, ma don Aniello, ci scommetterei sta pensando a quel pasto pantagruelico che dovrà divorare in serata stessa.

In sala da gioco un tavolo di “primiera” d’eccezione è formato: il notaio Giovanni Della Monica ha a lato il figliuolo Luigi, di fresco congedato, e da leali ed accaniti avversari, si scambiano botte e risposte; don Nicola di Mauro si guarda le carte con tutta placidezza senza per nulla scomporsi; don Antonio Ioele, con aria sorniona e distratta “sfrocolea” argutamente don Carluccio de Pisapia, il medico dal gran cuore; ultimo tra cotanto senno, l’avv. Raffaele De Marino è quasi assente: sta studiando con la testa fra le carte le sue possibilità.

All’altro capo della sala s’è formato un tavolo di “calabresella”. Son di scena gli assi di tal gioco e tra gli altri noto don Ciccio Ioele, sempre arguto e gioviale, e don Michele Virno, il papà del commercio cavese, con due occhietti tutta furbizia.

In sala da bigliardo si danno battaglia alla “guerra” il prof. Rocco Galgano, Gerardo Coda, segretario al Comune e don Salvatore di Mauro.

Che mirabile!

Li lascio alle loro prodezze perché un frastuono mi chiama alla sala di lettura. É Guglielmo Mascolo, il valente medico, autentica gloria di Cava, alle prese con il cav. Achille de Stefano: è sorta una vivace discussione sull’importanza o meno del S.M.O. de Malta. Il de Stefano s’infuria ma don Guglielmo non molla; nel frattempo è giunto ancora don Arturo de Bartolonis a dar man forte all’attacco del medico.

Quindi… discussione animata !

Ma tanta animosità suscita un po’  di risentimento garbato di don Peppino del Forno che tiene, da par suo, circolo su un argomento di cultura. Vincenzino De Sio, il banchiere, che nel frattempo è stato raggiunto da “Rafele” e da Flauto, sta dando, con una meticolosità tutta sua, ordini energici per la festa danzante al Circolo (di cui è Presidente). I poveretti, conoscitori delle ire di tanto Achille non fanno altro che assentire col capo. E manterranno, c’è da giurarlo !

Il mio fugace giro per queste sale è terminato, per queste sale che hanno preso con loro tanta parte del mio cuore.

Mi affretto a scendere le scale. Noto che nell’androne s’è raccolto un gruppo si soci villeggianti: è la famiglia Fiorentino che sta in coro decantando le meraviglie d’un cavallo “sauro” acquistato a Napoli di recente; il marchese Torre di Civitaretenga, che “subisce” col suo nasetto a punta, li sta ad ascoltare con un’aria che non so definire se sbalordita, se meravigliata o, se meglio, annoiata, anche perché il colonnello Tenore lo sta “tuppeteando” con un piede per portarlo via e far insieme la via dei Cappuccini.

Le signorine Montechiaro, le deliziose fanciulle napoletane, stanno per congedarsi dal marchese Atenolfi che fin qui le ha “deliziate” sul programma che svolgerà in villa la banda Stigliano, da lui ingaggiata per due serate.

Mentre l’altro incalza esse fanno presente che debbono rientrare a Villa De Bartolinis: hanno promesso una visita a donna Nina.

 

 

           15 giugno 1947                                                                                               Il vecchio gentiluomo