Nostalgia del Sociale

 


Nella lontana e brumosa Milano, dove da anni vivo, mi è giunta, con ritardo, troppo ritardo, caro amico, la brutta notizia che il Circolo Sociale di Cava, il “nostro” Circolo, mi sia consentito dire, è fatalmente scomparso. È un fatto veramente inaudito, un autentico scempio del buon senso, un voltafaccia alle tradizioni, alle belle e signorili tradizioni della mia, della vostra città natia e non riesco a darmi pace. Quanto dolore, accorato dolore ne ho provato.

Negli scorsi anni ho letto con avidità, si con avidità, le belle ed indovinate note mondane riferentesi alla viata mondana a cavallo fra il secolo scorso e l’attuale, note pubblicate da un giornale locale senza pretese, mi pare “La Torre” (forse in omaggio al tramontato Gioco dei Colombi) con quel piacere intimo, con cui un figlio lontano legge le lettere della propria madre, note che ebbero la magia di riportarmi ai tempi lontani della belle epoque.

Il mio dolore, non esagero nel confessarlo, è giunto fino al pianto. E non ho reticenza nel confessare la mia debolezza, caro amico. Mi consente di dire “caro” anche se non ho il piacere di conoscerLa, mentre riesco ad individuare la sua famiglia a tanti anni di lontananza !

Nel suo accorato dolore sono tornati alla mia mente, mi si sono affollati d’attorno i volti cari di tanti e tanti personaggi, di tanti amici, di tanti professionisti, di tanti “signori” nel senso classico della parola e che insieme a tante fanciulle affollarono, un giorno, le sale sobrie del bel “Sociale”, di questo sodalizio che era ed anche nel ricordo può essere il vanto della città !

Preferisco non scendere alle cause che l’hanno affossato, preferisco non attribuirne la colpa a questi o a quegli: carità di patria me lo impone !

Mi sono ritrovato così, come d’incanto, nella “mia Cava”, ho rivisto con la fantasia tanti conoscenti, tanti amici, ho parlato nella mia fervida immaginazione con tante persone: il marchese Talamo – Atenolfi, amministratore per eccellenza della cosa pubblica di Cava, col principe dell’arte scultorea Alfonso Balzico, il Presidente del Consiglio che onorò per più anni della sua presenza Cava, Francesco Crispi; don Peppino Trara – Genoino, indimenticabile nostro primo cittadino; il tenore De Lucia, che riusciva, nelle sere d’estate, a deliziare tutta la colonia villeggiante di Rotolo, ed il gruppo dei villeggianti ai Pianesi: l’avv. De Bury, il marchese Siciliano di Rende, l’avv. Notargiacomo, il duca di Nuvoli, il marchese Santasilia, il marchese di Notaristefano, il marchese ed avvocato Lullù de Marino, la famiglia Conforti, a cui si univa in ogni manifestazione il gruppo dei “signori” cavesi, i de Bonis, i Formosa, i de Filippis, il notaio D’Ursi, il chirurgo Francesco Della Corte, Vincenzo De Sio, Arturo de Bartolomeis, Ciccio e Peppino Ioele, l’avv. Eduardo De Filippis col giovane e brillante figliuolo Luigino, a quell’epoca, già vice sindaco di Napoli, Salvatore di Mauro, la cui eterna sigaretta nel bocchino l’ho scolpita nella memoria, i due penalisti di grido in eterna tenzone fra loro ma sempre in cordiale amicizia, Pierino de Ciccio e Amedeo Palumbo ( il figlio di quest’ultimo ho avuto modo di conoscere qui a Milano, come giornalista sportivo di primissimo piano), Pinotto Pasquale, l’ing. Alberto Mascolo Vitale e i fratelli avv. Luigi e dott. Guglielmo, il barone Formosa, il barone Abenante, i Luciani nei due rami di Cava e di Salerno, ed ancora il gruppo dei villeggianti di Rotolo: l’avv. e senatore Marghieri, il duca di Cellammare, l l’avv. Francesco Parisi, i Vitagliano Stendardo, l’avv. Costantino Bellotti dalla classica redingote, i Fiorentino i Laccetti, il giurista avv. Andrea Pisapia, i De Luca di Roseto, il marchese Paternò, il barone Quaranta, i Martuscelli, il barone Abenante, i Fruscione, i Centola, i Santoro, il barone Gagliardi di Camelia, la poetessa e contessa Aganoor Pompily, i Frilli, il barone de Marinis di Riscigliano con i cugini ministro Enrico e gen. Alberto, nominato poi senatore, i Trata-Genoino, e quel brillantissimo e mordace spirito di Andrea Genoino d’Ortodonico, il prof. Raffaele Baldi, e poi ancora il gruppo di Castagneto: i Fittipaldi, il petronio napoletano e master della caccia a cavallo Marcello Orilia  ed il padre di lui don Luigi, i Cannonieri, il duca di Cardinale, i Palmentieri, la poetessa Craven, l’avv. D’Assosio, i Salsano, sempre tanto ospitali nel loro tenimento alla “Scavata”, il pittore Coda della Scuola di Posillipo, amico del Pellizzi e del Gigante, quest’ultimo cugino dei cavesi marchesi Caiafa, mister Joungh, il barone Callotti, i Tagliaferri, i Stasio, i Cinque, gli Avallone, il Presidente di Corte d’Appello Mancinelli, i Fittipaldi, i Pisani, i Ramaglia, gli orafi Carità e Schettini, i Persico ed, infine, il gruppo dell’Annunziata: il chirurgo Lancetti, il barone Ricciardi, il colonnello Tenore, il Principe de Giovanni di Santaseverina, i Joele, il marchese de Stefano d’Ogliastro, il marchese Torre di Civitaretenga, il marchese di Cellammare, i Rodinò, i conti Carrara, la evanescente Clelia Guillot, i Consiglio di Vietri, insieme ad altri cavesi: don Faffaele Ferrari, Michele Coppola, barone Capano, i de Filippis, signori di Croce, i Benincasa, i Salomone, i Pagano, il notaio Liguori, i Pizzuti, e tanti altri, tanti altri ancora.

Potrei, caro amico, dirti tante cose della brillante, signorile, viva, entusiasmante vita della Cava di un dì lontano, quando in ogni palazzo v’era una festa, un ballo, un ricevimento, un recital, della vita insomma.

Di questa Cava, oggi caduta in mani poco amiche e niente affatto all’altezza della situazione, di mano non dimentiche, ma ignare del passato, ma il dolore, l’accorato dolore del passato scomparso misto a nostalgia, mi sopraffà.

 

           Giugno 1964                                                                                         Un gentiluomo cavese a Milano