La Caccia ai Colombi

UNA POESIA INEDITA DI VITTORIA AGANOOR

 

 

   I versi che offro in lettura agli amici del Castello sono inediti, e furono scritti da Vittoria Aganoor in un Album che era nella casa campestre fra Campitello ed Arco, del Barone Abenante.

   Trascritti dal’avv. Domenico Galise, furono da questi consegnati a me con alcuni documenti concernenti il Gioco (dei colombi) di Rotolo per una monografia che allora avevo in mente di compilare. Il compianto e caro amanuense, pur così colto, dimenticò di copiarne la data; e siccome l’avv. Francesco Coppola ricorda di avere ammirato nell’ottobre del 1908 la poetessa in una festa familiare del proprio cognato avv. Filippo Della Monica, immaginiamoli composti in quell’anno, come pure alla immagine, sorretti da ricordi personali, affidiamo la genesi della ispirazione.

   L’anno 1908 fu tra i più felici della “belle epoque” della nostra villeggiatura per frequenza e qualità dei villeggianti, e per una serie di riuscitissime feste che culminarono con la allegra cavalcata alla Serra e ad Arco, per fare assistere al gioco dei colombi una ospite di eccezione: la poetessa Vittoria Aganoor. Il prestigioso regista della gita, il Cav. D. Raffaele Ferrari, aveva dato incarico a Peppino Romano di allestire quante più cavalcature potesse. E il solerte asinaio, in quel lontano pomeriggio, aveva attruppati tanti asini con fiocchi e delle comode selle, che la Piazza Duomo sarebbe parsa un bivacco, se non fossero sciamate una trntina di gentildonne in cerca, diversamente da Don Abbondio, della cavalcatura più baldanzosa. Ma di baldanza i ciuchini, ben selezionati da Don Peppino, non avevano che le orecchie, orgogliosamente erette, quasi presaghi delle dolci some; e trotterellarono di lena fino alla Serra, raggiungendola in meno di mezzora.

   Spirava in quel tiepido pomeriggio un’aura festa anche nelle vie e nelle case, come avveniva tutte le volte che il passaggio dei colombi  era abbondante. Molto spesso nella mattinata erano echeggiate le allegre note della tromba di Vincenzo, lo “aucchio” di Rotolo, e con frequenza Petrillo aveva sparato il pistone, facendolo seguire dalla tufa (conchiglia), e donne, uomini, adulti e bambini, si erano cacciati sulle soglie delle case o ai balconi per unirsi al coro dei “lo-lo” che soleva accompagnare la manovra dei fronbolieri. Alla Serra glio onori furono resi dal Marchese Atenolfi e dal “genius loci” Don Luigi Salsano. Intanto erano arrivati o con mezzi proprii o a piedi i cavalieri; e i gitanti, non potendo essere contenuti nel villino o dietro ai ripari, si sparpagliarono nell’erba, all’ombra delle reti e dei pini secolari, per godere uno scorcio della vallata cavese e l’ubertoso agro nocerino, che il Vesuvio fumante concludeva. Allora la Pineta divenne davvero una Serra di fiori per la presenza di donne tra le più belle del Napoletano. Uno spettacolo degno di Watteau e di manet !

   Peccato che a quando a quando gli allarmi obbligavano a sospendere quei momenti di contemplazione, che per la poetessa erano estasi e liberazione. Ella aveva partecipato alla allegria che aveva improntato la originale cavalcata, aveva seguito tutte le emozioni delle quali la caccia è ricca, ed ora si trovava in quello stato di grazia che precede la creazione poetica.

   Quando verso il tramonto fu nella casa campestre del Barone Abenante, bastò un semplice invito a scrivere un pensiero sul vecchio Album, che era sul tavolo, perchè la mano quasi per se stessa mossa, vergasse i cinquantasei versi che offro alla curiosità dei giovani, ma ad una gioia velata di nostalgia delle persone della mia età.

                                                                                            VALERIO CANONICO

 

 

 

 

ARCO


È un alto monte

vi stanno pronte

le reti, ed un arcangelo le veglia,

ritto di fronte

all’ampia valle,

volte le spalle

al sole che muore.

(Come un tempo quel grande imperatore

chiuso in Sant’Elena.

Veglia... e sogna uno splendido sereno,

niente vento, moltissimi piccioni,

allegre colazioni,

ma pochi evviva, più sommessi almeno:

chè in mezzo a una repubblica di chiassi,

di tante matte risa, oh!, che volete

che possano fare frombolieri e sassi?

Giganti? Son finiti, ed anche è andato

di Davide lo stampo; allora un uomo

uccideva un gigante;

ora... truce in sembiante

più d’un alto e robusto fromboliere

un altro fin si propone

e in codesta stagione

gode la ammirazione

di ben mille persone,

si arrampica carpone

in cima a un torrione,

bisbiglia un’orazione

prima d’aprir tenzone

da impavido leone,

e, armato d’un petrone,

a tender si dispone

dal suo stretto girone,

com’è sua professione

insidie ad un... piccione!

 

* * *

Son molte rime in one

(dirà chi ben s’oppone),

ma un bricciolo non v’è d’ispirazione

in questo zibaldone.

Darei per un pensiero,

se l’avessi, un impero;

darei per una frase indovinata

se l’avessi, uno scettro!

Mutiamo metro!

Arco addio, me ne vado;

come di grado in grado

si van perdendo quei lontani colli

nella nebbia leggera,

ogni festa si perde nella sera

del tempo che precipita

***

Mesti, come i tramonti

di autunno, in mezzo ai monti

sono i congedi! Viene la sera, e l’occhio

fiso in quell’alte cime,

penso... ch’è vano mendicar le rime

se Pègaso ricalcitra.

 

VITTORIA AGANOOR