È STRANO

 

Stanotte sei sorta improvvisa

nel mio sonno, l’oscurità

folta premeva all’intorno

la tua  più fulgente beltà.

Ridevi contenta e il tuo viso

Sbiancava un soave pallore

così come quando ti dissi

le prime parole d’amore.

E strano: tu bella e crudele

più bella e mansueta mi torni

nei sogni… e giurai di scordarti

- è strano – da appena tre giorni.   


LA  PRIMA

 

Eravamo una grande nidiata

là  nel collegio e c’era a noi di fronte

un’abete dai passeri abitato

chiassosi e irrequieti come noi.

Mi ricordo che là lasciai l’infanzia.

Veniva a una finestra dirimpetto

sovente una fanciulla in chiome bionde.

Quale fra tutti noi essa guardava ?

Forse nessuno. Ma di sera, quando

l’ombra pacificava il nostro chiasso

e quello degli amici passerotti,

ognuno si credeva il preferito.

O soave biondina ricciutella

mai più veduta, certo non sapevi

quello che fosti nelle nostre vite !

Quante care speranze, quanti sogni

fioriti e morti sul tuo davanzale !

Ricordo… Era un tramonto quando uscii

Ilare nella vita. Dall’abete

impazzivano i passeri ancor desti.

Era un tramonto d’oro e tu cantavi

felice, forse, del tuo primo amore.

Io uscii non più con occhi di fanciullo

nell’avvenire che per te sognavo.

E quanta nel mio cuore era la gioia,

chè l’infanzia, biondina, era finita !


STECCHETTIANA

(POSTUMA)

 

No, non ti maledico. Tu non sei

  che un’animula pallida e meschina

  che un giorno – chissà come – agli occhi miei

  apparve delle donne la regina.

 

E il povero mio cuore, affascinato

  dalla tua voce tepida e leggera,

  ebbro di te, visse e cantò beato,

  cantò com’usignuolo a primavera.

 

Or che ti mostri quale sei: una piccola

  borghese, usa a truccarsi ed a mentire,

  dovrei mutar accento e vilipenderti,

  dovrei mutar accento e maledire.

 

Dovrei – perché da sola tu non sai

  capir quanto con me sei stata vile –

  sferzarti a sangue per veder se mai

  nasce in te un moto d’animo gentile.

 

Dovrei farti sentire la vergogna

  d’essere donna come lo sei tu:

  femmina e fatua, e mettere alla gogna

  la tua falsa vernice di virtù


Ma non posso. Fui soltant’io a volere

   - questo stupido cuor vuol troppe cose ! –

  vestir d’azzurro i cenci e a ritenere

  che sui ghiacci fioriscono le rose.

 

E non t’odio neppure, no. Per te

  troppo onore sarebbe anche un momento

  d’odio intenso e sincero. E sai perché ?

  Perché l’odio, mia cara, è un sentimento.