IL TRENO E LA LUNA

Il treno lunghissimo , precipitoso,

con il suo carico addormentato,

fa il girotondo – sul fondo

accidentato – pietroso

d’una vallata – scavata

come una buca – tra i monti.

La luna che stava alla posta,

nascosta

dietro una vetta appuntita,

è uscita,

con la sua faccia di ostessa

che crepa di soddisfazione

e s’è messa

a guardar lo spettacolo d’attrazione.

Il treno s’è infine stancato

di fare il clown da fiera

sul carosello vizioso di questo petraio;

non trova la via, impazzisce, s’esaspera,

s’avventa con tutto lo strepito

della sua folle velocità

sulla sua traccia di acciaio

e inghiotte stazioni giallognole d’elettricità.

La luna ballonzola

come una sfera d’elastico

di vetta in vetta

e porta incollato sul viso,

quel viso d’idiota pacifica

e di sfiancata civetta,

il suo secolare beffardo sorriso.

FINESTRE

Finestre aperte sul mondo

come nere bocche fameliche

ingorde di luce e d’ossigeno.

Finestre, finestre pettegole

che a volte vi ornate di verde,

vi popolate di chiome

e sembrate

giardini babilonesi.

Finestre consunte,

sbavate dal tempo,

con certe imposte contorte

in una penosa ortopedia.

Finestra, finestra lontana,

sepolta dagli anni,

ove il mio povero sogno,

morto di crepacuore a vent’anni,

si arrampicava ansimando

come un lacero misero ladro

senza fortuna.

CREPUSCOLO

Sulla città sperduta

nel colore torbido dell’Orizzonte

le nubi si contorcono

come lussuriosi fantasimi

ubriachi nel liquido spazio turchino.

Nei campi fumosi, che aspettan tacendo

la nera carezza notturna,

annusan le mucche solenni

le prime folate dell’Ombra.

Laggiù nella sera che avanza da Oriente

gioioso si lancia

lo strepito vasto e fuggente d’un treno,

mentre nei fossi lontani e vicini

comincia in sordina, trillando,

la chiucchiurlaja delle rane.