DANZA DI FOGLIE MORTE



Fra poco si accenderanno i lumi delle vie, laggiù, ai piedi della montagna grigia che ha nascosto or ora l’ultimo raggio di sole.

Stasera nella strada percorsa da una brezza sottile comincerò a sentirmi sulle spalle e nelle ginocchia i primi brividi dell’inverno che si avvicina. Ho vagato tutt’oggi per la campagna; sono tornato con pochi grappoli rossi di uva e un gran pianto nel cuore. Perché l’aria del tramonto restava al cinguettio della fanciulle ch’erano con me ?

Nella siepe, divenuta un arido groviglio di sterpi, il pettirosso impazziva. Domani, povero uccello d’autunno, gemerai sul rosaio intirizzito dal gelo

* * *

Quel grappolo solitario che s’infiammava contro i raggi del sole, aggrappato con disperata tenacità

al suo tralcio, somiglia un poco alla speranza ultima delle tante che a primavera mi fiorirono nel cuore.

Tra rade foglie macchiate d’ombre gialle e sanguigne, i pomi non maturano più: invecchiano e s’irrigidiscono sul sommo dei rami. Nei fossi marcisce tutto un cimitero di foglie; ogni tanto con ritmo lento e continuo, vi arriva un’altra che, lasciando il suo ramo, ha singhiozzato sommessamente. Nacqauero in un ‘alba di primavera, muoiono in un tramonto d’autunno. E la Terra, la Terra madre, adorana la loro tomba con un’estrema fiorita di ciclamini e crisantemi.

* * *

Domani partirai anche tu ed io non so con quale anima riprenderò la via via.

Mi sembrerà di restar solo, perduto in quest’aria vivida e ferma che filtra nel cuore con lente gocce di strazio. Lontano, al confine azzurro tra la terra ed il cielo, passeranno a stormi neri le foglie morte migranti chissà per dove e, passando, rabescheranno di piccole ombre mobili l’immobile Infinito. Sotto i tralci vedovi delle viti ove ancora di te rimane il profumo il sentirò l’eco della tua voce, quella tua voce a volte iintinnante, a volte indolente, un’eco desolata e tenace come quella che lasciano nel cuore le parole d’addio.

Lo so : non puoi restare. Tu devi partire parchè al mio amore mancava ancora il tormento più crudele: l’esilio. Il vento ammulinerà le foglie contro il cancello chiuso del tuo giardino e a me sembrerà di veder tutta la raffica dei miei sogni forsennati nella ricerca vana di te. Ho paura, una grande paura che la tua dipartita m’inchiodi al cancello di quel giardino sfinito. Te ne vai leggera e mi lasci sulla strada come un viandante sfiduciato; domani per la prima volta accuserò il peso della bisaccia e la farica del cammino. Forse sarà questa la mia condanna: sentirmi stanco, costretto a riposare sui ciuffi tremuli dell’erba freddolosa.

Ma tu che hai esasperato fino a tanto il mio amore, tu, soave e tormentosa come l’autunno, fuggevole ed eterna come la giovinezza, chi sei ?

Non lo so e non m’importa.

Perfida o santa – chiunque tu sia – porgimi ancora per poco la coppa del tuo amore, ancora il voglio bervi la gioia ed  il mistero… non partire, non fuggire domani laggiù, dietro la montagna grigia che ha nascosto or ora l’ultimo raggio di sole.

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Ma per le piccole stazioni di campagna già passano i treni del ritorno. Più neri e giganti, più rumorosei del consueto, rasentando le minuscole tettoie.

Chi parte ? Gente rassegnata che torna sulle vie note del calvario quotidiano.

Addio piccole farfalle d’estate dei riccioli al vento; dalle colline del nord la tramontana già scende a fugarvi. Adesso che ve n’andate non so quale immagine mi resterà di voi: se il mio ricordo vi rivedrà svolazzanti sui sentieri assolati o taciturne e ferme sulle banchine delle piccole stazioni.

Un gemito di freni allentati, con fischi taglienti, senz’eco. La distanza cade supina sotto le ruote inesorabili. Addio !