Pagina del libro "Il regno di Napoli in prospettiva" dell'Abate Giovan Battista Pacichelli (Roma 1634 - Roma 1695) edito a Napoli nel 1703

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Ella è nicchia vastissima, ed assai capricciosa, scolpita dalla Natura, o per la meraviglia, o per più di centinaia di Colossi quanti appunto sono, o si credono per il calcolo dei giorni dell'anno i piccoli suoi Casali. Crebbe così da' frammenti dell'antica citta di Marcina opera memorabile degli Etruschi, non affatto perduta in un luogo già della Picenza, frà l'sola Sirenuse, e Pesto, o Possidonia vicino al mare, ben ravvisata da Strabone al 5. e nel fondo de' monti qui detti Metelliani, vecchio ricovero de' Barbari nella Tirannia di Genserico, giusto il racconto miglior



di Procopio. Dianzi fu bosco per caccia, e solitudine di Signori, e di Principi: e mille anni addietro par che solamente portasser nome que' quattro posti più pieni, Miligliano, Pasciano, Santo Adiutore (che anche fu Vescovo, le cui ossa riposano senza sapersene il sito religiosamente nel Duomo) e Fenestra, poi corpo della Cava, il quale donò il titolo alla Città, posta in collina con un dolce declivio, che presta il passaggio pubblico a Vietri, e Salerno, con buone case, e portici uniti all'uso di Padova, che di Bologna. Le Grotte, formate, senza opera di scalpello, provvedute di fresche sorgenti, e difese con gli Abeti e con le Quercie da' raggi solari, non pochi invitarono a vivere da anacoreti, con la fantasia, in tutto sollevata alle contemplazioni del Cielo. Padre spirituale di molti divenne S. Alferio Patrizio Salernitano della famiglia Pappacarbone Monaco Cassinese, il quale dopo poco il mille di nostra salute col sussidio del Principe di Salerno, sette miglia lontan dalla Cava, gettò le fondamenta del celebre Monistero, oggi Santuario della Santissima Trinità, coltivato dalle virtù eroiche di molti, e arricchito di Privilegi, di Feudi, e di Grancie: che serba tra le pezze più degne, con esattissima cura, l'archivio migliore delle sritture del Regno, e distende già la sua giurisdittione fino a S. Arcangelo di Penalia nell'isola, e Reame di Sicilia.

 E' la Cava immediatamente della Corona Cattolica, ricca, deltiosa, e popolata, cresciuta, con le gratie singolari, anche in foglio bianco, del Re Ferrando I, di Napoli. Ingrandita col magnifico Borgo detto degli Scacciaventi. Vi si tessono e spacciano Tele di Lino di più forti, e più prezzi in quantità. Portan credito fuori, nelle Negotiationi, nell'esercito delle Armi, e nelle scienze, di acutissimo ingegno. I Cavajoli, accoppindo anche ad esse Fede , & integrità. E' celebre la fama di molti uomini illustri, che l'hanno nobilitata, ed in lettere, ed in armi, che ricercherebbe un lungo Catalogo a descriverli, i successori de' quali oggi splendidamente vivono, non dovendosi tralasciare d'accennare il valore dei qu. D. Pietro Carola, che conta sovra otto lustri di fedel servigio a Monarca Spagnuolo, de' quali più della metà consumò ne' militari conflitti della Lombardia, del Piemonte, e di Fiandra; Capitano sei volte de' Fanti Italiani, e spesso Tenente del Maestro di Campo Generale, portando impresse cicatrici del valore nel corpo, e di cuor generoso in casa, perdendo, e sacrificando gli averi nelle Rivolte popolari di Napoli, e di Sicilia. E il resto della vita, in cariche politiche spese con laude.

 Il più rare delle fabriche, sono il Duomo accennato, che ancor di fuori si rende illustre per la fonte, e la piazza, con un comodissimo Vescovado. Porta il nome della Visitation della Vergine, e con dolce


dolce, e largo servigio, per le piccole Prebende, applica un' Arcidiacono, cinque altre Dignità, e diciotto Canonici. Di sei Conventi, due nella pubblica via sono opportuni e Forastieri. Vi ha quattro Chiostri di Suore, trè Spedali e diverse Cappelle. E Stanza gradita di Titolati.